In Italia la prima causa di morte violenta è l’uccisione di una donna da parte del coniuge o compagno (o ex-), o di un parente prossimo (padre, fratello) per ragioni definite “passionali”: in altri termini non per interessi economici, ma per ragioni che hanno a che fare con la natura femminile della vittima. La prima tipologia di omicidio è il femminicidio: l’uccisione di una donna in quanto donna, quale che sia l’età o l’estrazione sociale, etnica, religiosa della donna. In un paese che negli ultimi 20 anni ha visto quasi dimezzati gli omicidi, questo reato non decresce, anzi. E la violenza sulle donne, anche quando non arriva all’uccisione, mostra cifre che non possono lasciare indifferenti: soprattutto perché non si tratta di una “emergenza”, ma di una prassi costante. Una peculiare forma di violenza, rivolta non solo, ma anche, e con particolare accanimento, nei confronti delle donne è quella della diffusione di parole d’odio [“hate speech”], con modalità che ricordano quelle del bullismo e dello stalking (a volte sembrano esserne una nefasta sintesi).
Quelle che propongo oggi sono parole non mie (per l’esattezza: trattasi di un montaggio di parole altrui), sulle quali vorrei che si riflettesse.
Ci sono almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne. Il primo è il concetto di “emergenza”. C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese, secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde. Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale. Il secondo concetto è quello di “raptus”, riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’ è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione. Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni. Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria? È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite. Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa. Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”. Ecco perché parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco. Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118. E allora perché non sono state protette? Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime. Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza? Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia. E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti. Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati. Alcuni mi fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti. Se è così, allora bisogna capire dove e perché si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne.
C’è poi la questione della violenza via web. La Rete non è uno sconfinato spazio di libertà illimitata. Le finalità di molti tra i più popolari siti al mondo, ad esempio, sono in primis commerciali, mentre mettere in atto forme di tutela efficaci per gli utenti che divengono vittime di odio non è sempre una priorità. L’obiettivo principale, fra i colossi dell’industria di Internet, rimane quello di aumentare il numero degli utenti, delle cosiddette hit, numeri da rivendere poi alla pubblicità. […] In passato le vittime di bullismo subivano gli attacchi di un gruppo circoscritto di persone che avevano deciso di prenderli di mira. Una situazione difficile e angosciante, che ha segnato e segna l’infanzia e l’adolescenza di tanti, soprattutto dei molti – la più parte – che non hanno trovato la forza di reagire. Oggi, però, le bugie, gli insulti, le minacce contro una persona possono raggiungere centinaia o migliaia di utenti, finendo per causare una pressione insostenibile. Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi. Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne. Le donne – anche se non figurano, a differenza delle minoranze etniche o razziali o delle persone omosessuali, tra le categorie ritenute oggetto di hate speech in molte legislazioni nazionali – sono tra le più esposte a questo fenomeno. Ne sanno qualcosa anche molte donne italiane, blogger, giornaliste, politiche, attiviste e cittadine, giovani e meno giovani, che si espongono su temi controversi e per questo sono spesso vittime di una forma di misoginia online. Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio. Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete. Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.
Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione. L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. Da lì alla violenza il passo è breve. Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo-oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no.
Per il solito discorso del dito e della luna (e dei troll che discutono sull’unghia del dito), per un paio di giorni lascio anonime queste parole: è del suo contenuto che vorrei si discutesse.
A scanso di equivoci, sottolineo subito che condivido le parole di chi dice che “per combattere l’odio on line non servono nuove norme”. La questione di fondo è esemplificata dai comportamenti quotidiani che dànno sostanza a quel brodo di coltura da cui emerge la violenza, fisica o mediatica, sulle donne.
Siamo davvero capaci di mettere in discussione i nostri comportamenti?
O sarà che, come si diceva un tempo, abbiamo nella testa un maledetto muro?