Milano, via della Spiga, cuore della moda e del lusso ‘Made in Italy’, meta dei turisti da tutto il mondo, martedì è stata teatro di una rapina in pieno giorno con mazze e molotov, a soli dieci giorni di distanza dalle tre persone uccise a picconate da un ghanese nel quartiere Niguarda. E oramai tutte le città italiane sono quotidiano oggetto di cronache simili.
Kabobo, l’assassino del piccone, era un razzista, perché ha ucciso persone indifese in odio alla razza bianca. Razzisti sono i fondamentalisti islamici in odio alle religioni diverse, sono i palesi rancori di molti clandestini in odio al diffuso, o presunto, nostro benessere. Razzisti sono gli atteggiamenti di molti giovani extracomunitari nei riguardi dei nostri ragazzi più deboli, sono gli stupri e le violenze alle nostre donne e a quelle di altre nazionalità.
Ma questo è un razzismo che non fa notizia, che non rientra nei parametri culturali ‘radical chic’ di quella borghesia benestante e convinta afferratrice della propria superiorità culturale, ma che oggi però è anche sempre più spesso vittima di se stessa.
In altri paesi, in cui l’immigrazione ha una storia ben più antica, l’impalcatura legislativa si basa sull’elementare principio dell’equilibrio, pari rispetto e pari diritti per tutti, ma chi rompe l’equilibrio è fuori dalla società, è fuori dal territorio. Se non si ha la capacità di ottenere il reciproco rispetto, non si ha la capacità di offrire una prospettiva di società condivisibile.
Nel nostro paese serve chiarezza, il razzismo va condannato senza alcun alibi ma in tutte le forme in cui si manifesta e soprattutto quando è causa di vittime innocenti. Se vogliamo davvero favorire l’integrazione per chi proviene da angoli di mondo dove regna povertà e disperazione, dobbiamo offrire opportunità secondo le nostre reali possibilità di accoglienza, con vite dignitose, di lavoro e tranquillità per tutti, perché non c’è solidarietà nel lasciare persone a dormire tra le macerie di caseggiati diroccati, nel condannarle a una sopravvivenza di elemosine o, in alternativa, nel relegarle dentro le nostre carceri, dove oramai oltre il 75% sono stranieri, dopo che qualche nostro concittadino ne ha pagato il ‘prezzo’. Siamo in un mondo che si muove sempre più velocemente e in un paese che oramai storicamente resta sempre più indietro, e se nel nostro prossimo futuro non sapremo seminare bene, con ordine ed equità, con un modello di società condiviso, prevarranno le radici dell’odio e delle ingiustizie, e cresceranno frutti amari per tutti.
Mauro Malaguti, consigliere regionale Pdl