Attualità
4 Gennaio 2013

Un emiliano a New York

di Redazione | 3 min

Trovarsi a New York, il centro del mondo, e scoprire tanti italiani di seconda generazione… Neanche a farlo apposta sono qui negli States a tentare e fare fortuna come tanti loro coetanei Italiani. Sono seduto al tavolo insieme a una ragazza d’origine somala cresciuta a Roma che lavora come segretaria in un ufficio dell’ONU. Lei è  qui con sua figlia, dodici anni, nata e cresciuta a Roma. Siamo in un locale la cui comproprietaria e manager è una ragazza d’origine eritrea cresciuta in Italia, ma stanca di essere sottilmente non riconosciuta italiana e cittadina. La cosa buffa è che fino a qualche ora prima passeggiavo per Arthur Avenue, l’ultima porzione di vera Little Italy rimasta nel Bronx, e stavo camminando con Bonriquen Gallo, docente ed artista che insegna al celebre istituto di design del Pratt Institute di New York. Lei, come me, ha la pelle ambrata ma è nata e cresciuta in Italia.

Mentre camminiamo conversando in italiano per le strade del Bronx, una vecchietta, probabilmente italo-americana, rimane scioccata e bloccata per qualche minuto a fissarci per strada, non capendo come mai due “neri” parlano italiano nella Little Italy del Bronx. Questo episodio mi diverte e mi fa riflettere su quanto sta accadendo in Italia, su quanto sta accadendo all’interno di una società che non è pronta al cambiamento a differenza di un’altra generazione che invece non fa nessuna differenza tra colori.

Ecco il punto, il Paese Italia si trova a due o tre velocità differenti. La politica, ma anche la cultura, l’economia ne devono tenere conto. Esiste un’Italia ancora incapace di ragionare e pensare “digitale”, ed al tempo stesso esiste un’Italia “bilingue”, “trilingue”, un’Italia di ragazze e ragazzi che sia chiamano Alì o Heena, esiste un’Italia di cittadini che non vogliono un’Italia unita, ed al tempo stesso esiste una penisola ricca di ragazze e ragazzi che non vogliono altro che sentirsi riconosciuti cittadini Italiani.

Torniamo a New York per un attimo. Mi trovo a Chelsea, quartiere di Manhattan ricco di gallerie, loft e locali alla moda. Sono a New York per lavoro. Ho appena presentato il mio film documentario 18 IUS SOLI (Il diritto di essere Italiani), tradotto in inglese “The strange case of citizenship in modern Italy”. E’ buffo come l’idea del documentario mi sia venuta circa tre anni fa proprio qui a New York. Mi trovavo a Brooklyn quando su un blog on line lessi che chi nasceva in Italia da genitori non cittadini italiani (ergo stranieri) non era riconosciuto automaticamente dalla nascita italiano, ma doveva aspettare 18 anni per fare domanda di cittadinanza e aspettare dai 12 ai 48 mesi per avere una risposta positiva.

Quell’articolo mi sconvolse. Mi chiamo Fred Kuwornu, il mio nome e cognome tradiscono le mie origini straniere. Mio padre è un chirurgo ghanese arrivato in Italia a metà degli anni Sessanta, mia madre è una casalinga tosco-emiliana d’origini ebraiche. Io sono nato e cresciuto a Bologna, e ora vivo tra Milano, New York e presto anche ad Accra, capitale del Ghana. Nell’ultimo anno ho intrapreso una campagna sociale di sensibilizzazione per modificare la legge di cittadinanza ed introdurre anche in Italia il principio di Ius Soli, in forma temperata, concetto per cui si diventa cittadini Italiani anche perché si nasce e/o cresce in Italia, e sebbene i propri genitori non siano ancora cittadini o non lo vogliano diventare, si diventa dopo un periodo di tempo ragionevole cittadini italiani. Abbiamo discusso di cittadinanza e nuovi confini delle cittadinanza in un mondo globale, moderno, 3.0.

Questo “Ius Soli” temperato, di cui il ministro del governo Monti, Andrea Riccardi, è stato, come presidente della Comunità di Sant’Egidio, precursore insieme a tante associazioni della società civile e non, credo diventerà una “dorsale” legislativa che forse sarà adottata non solo in Italia ma anche da altri Paesi. Ma prossimamente, su queste pagine, avremo modo di approfondire l’argomento.

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