Cronaca
30 Agosto 2012
In Svizzera la centrale causò il terremoto, scatta l'analisi delle stratigrafie

Geotermia: Pontegradella come Basilea?

di Redazione | 3 min

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Per fermare il progetto della centrale geotermica di Pontegradella sono già scesi in campo i residenti, costituendo un comitato e organizzando una raccolta firme.

Adesso sull’argomento interviene anche Stefano Bulzoni, dell’associazione Amici della terra, che già a febbraio si era speso relativamente alla possibilità che sotto l’asilo di Pontelagoscuro fosse presente il Cmv, e aveva chiesto in merito le stesse verifiche attuate per l’asilo del Salice.

La preoccupazione di Bulzoni, in merito alla possibilità che Hera scavi tre nuovi pozzi per il nuovo impianto di teleriscaldamento, si appoggiano a dei precedenti accaduti in Svizzera, più precisamente a Basilea. Nel 2009 infatti presso il tribunale della città elvetica venne avviato un processo per chiarire di chi fosse il responsabile del terremoto – avvenuto nel 2006, di magnitudo 3,6 – prodotto dal lavoro della centrale geotermica. Markus Häring – direttore dell’azienda Geothermal Explorers Ltd, geologo e responsabile del progetto di trivellazione – venne accusato di aver assunto consapevolmente il rischio delle scosse sismiche, e quindi dei danni causati dalla stimolazione del sottosuolo.

Riferisce Bulzoni come “Fausto Ferraresi, direttore del settore geotermia di Hera, sostiene che la vicenda di Basilea è ben diversa dalla nostra geotermia proposta per il quadrante est. Dice che in Svizzera si sono trivellate rocce e che per quanto riguarda il quadrante est, le trivellazioni andranno fino a un serbatoio carbonatico senza toccare falde e rocce”.

Tuttavia il rappresentante di Amici della terra sulla questione continua a nutrire delle perplessità. Egli infatti ha analizzato gli allegati del progetto di Pontegradella, nei quali sono riportate le stratigrafie dei luoghi di perforazione dei tre pozzi previsti. “A pagina 9 di ognuno di questi allegati – spiega Bulzoni – si vede la stessa stratigrafia che riporta: da zero a 800 metri sabbie, limi e argille con la specifica che tra 600 e 750 metri ci sono le argille del pliocene – che risalgono tra i 2 e i 5 milioni di anni fa -. Da 800 a 2mila metri ci sono le rocce di copertura di quella che si chiama la dorsale ferrarese, ovvero l’Appennino sommerso. Sono così distinte: tra 800 e 1700 metri marne di Gallare e tra 1700 e 2mila metri scaglie, tra 2000 e 2100 maiolica, tra 2100 e 2200 rosso ammonitico e infine tra 2200 e 3000 c’è la dolomia principale, dove risiede il serbatoio geotermico”.

La conclusione tratta da Balzoni è che “fino a 800 metri di profondità abbiamo i vari depositi alluvionali – limi, sabbie e argille – mentre sotto è tutta roccia con le varie specifiche descritte”.

Il suo intervento si colloca all’interno di un clima generale di dubbio: a Ferrara infatti non sono stati solo i residenti a scendere in campo per avere informazioni più dettagliate dell’intervento in calendario. Anche l’amministrazione comunale ha voluto chiedere in Regione un istruttoria pubblica, per fermare lo screening dell’area e acquisire – prima di qualsiasi altra operazione – maggiori dati. Il sindaco Tiziano Tagliani ha firmato la richiesta soltanto pochi giorni fa. Si attendono ora le risposte dall’amministrazione regionale.

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