Avrete probabilmente sentito parlare di Fermare il declino.
E’ l’iniziativa politica, lanciata una settimana fa circa, che è stata impropriamente definita “il partito di Oscar Giannino” o il “movimento di Confindustria”.
Se non ne sapete nulla, invece, guardate il sito www.fermareildeclino.it e dedicate un po’ di attenzione ai dieci punti proposti. Tra i promotori e i primi firmatari ci sono alcune delle menti più lucide e scomode che il nostro paese abbia a disposizione.
Siamo convinti, da giovani imprenditori che vengono da sinistra, che l’Italia sia ben oltre l’orlo del baratro, sospesa come nei vecchi cartoni animati americani e ancora in buona parte inconsapevole del rischio che sta correndo.
Debito pubblico, erosione del patrimonio personale (chi lo ha), scarsi investimenti, disoccupazione giovanile e totale assenza di vera meritocrazia sono tra i problemi endemici che ci troviamo ad affrontare. Aggiungerei una Università da smontare e ricostruire, una giustizia, in particolare quella civile, sciagurata e una spesa pubblica forsennata figlia di una burocrazia folle al servizio di uno Stato troppo presente e poco funzionale.
In questo contesto è inimmaginabile uscire dalla crisi attraverso rimedi di piccolo impatto, senza soffrire o ripensare la nostra vita sociale. Storicamente all’Italia è mancata quella rivoluzione liberale promossa sinceramente dagli azionisti e da scampoli di classe politica del passato e usata da Silvio Berlusconi come ariete per conquistare voti nel ’94, salvo poi disattenderla nella pratica.
Purtroppo lo scenario politico attuale presenta dirigenti nazionali sordi o incapaci, pronti all’arma ricattatoria nei confronti di un Governo che è un commissariamento sostanziale del nostro Paese.
Per questo riteniamo che sia necessario fermare il declino, e vogliamo lavorare per farlo.
Siamo definiti mercatisti dall’ex ministro Tremonti, neo-liberisti dal responsabile nazionale economia del PD Fassina – tra parentesi i due hanno una singolare coincidenza di vedute sull’origine della crisi economica e sulle possibili soluzioni. Francamente delle definizioni poco ci importa: contano ragione nell’analisi, fermezza nelle misure da prendere e coraggio di portarle avanti.
Per l’Italia saranno anni difficili: come le medicine amare servono, però, a dare una speranza a chi verrà dopo di noi. Per noi trentenni ormai sembra essere troppo tardi e ringraziamo sentitamente chi ci lascia un’Italia lacerata dal debito pubblico, massacrata dalle tasse e incapace di dare ai meritevoli le opportunità necessarie per costruire il futuro collettivo.
Personalmente ci mettiamo a disposizione della causa: per cercare di arginare la deriva, perché anche a Ferrara crediamo ci sia chi sostiene la necessità e vera equità del “meno Stato più mercato”, perché siamo convinti che solo attraverso la crescita si possa davvero dare all’Italia quello slancio che serve.
In estrema sintesi, per tornare ad essere cittadini dopo lunghi anni passati da sudditi. E per farlo c’è bisogno di un soggetto nuovo. Per certo noi, anche a livello locale, parteciperemo alla sua costruzione.
Paolo Bevilacqua
Matteo Buriani
Michele Travagli