“Gli assassini hanno ucciso mio fratello, lo Stato ha ucciso noi come famiglia”. Le parole di Donata Bergamin zittiscono il pubblico accorso alla Rivana per l’inaugurazione della Festa nazionale delle donne democratiche.
Il dibattito scelto per la prima serata ha toccato infatti una delle pagine più dure della recente cronaca italiana: la battaglia per la verità intrapresa da tante madri, figlie e sorelle impegnate per rendere giustizia ai loro cari morti in circostanze da chiarire, in episodi violenti che spesso coinvolgono le forze dell’ordine. Sul palco le ferraresi Patrizia Moretti e Donata Bergamin, volti noti al pubblico locale per le lunghe vicende giudiziarie intraprese da entrambe. Il percorso di Patrizia sembra essersi finalmente concluso con la sentenza della Cassazione, che ha condannato in via definitiva per omicidio colposo i quattro poliziotti responsabili della morte del figlio Federico Aldrovandi.
La strada davanti a Donata invece è ancora lunga: il caso di suo fratello Denis (calciatore del Cosenza nato a Boccaleone di Argenta), archiviato come suicidio nel 1989, si è riaperto solo recentemente, con l’apertura presso la procura di Castrovillari di un fascicolo per omicidio volontario a carico di ignoti. “Sono stati vent’anni di battaglie contro tutti: siamo rimasti sempre da soli ma ora la procura cerca i responsabili dell’omicidio”.
La lontananza delle istituzioni è il tema principale sul quale si appuntano anche i racconti delle altre ospiti della conferenza: Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferulli. La determinazione con cui è stato portato avanti l’iter del caso Aldrovandi sembra però abbia infuso a queste persone la forza per andare avanti.
“Ho avuto paura quando seppi che mio fratello era stato portato in carcere, ma quando mi riferirono che era stato ricoverato in ospedale ero serena – ricorda Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto nel 2009 a Roma -. Lo sapevo in mano a dei medici, credevo che si sarebbero presi cura di lui, invece l’hanno lasciato morire dopo essere stato massacrato di botte. Allora telefonai a Patrizia Moretti. Avevo seguito il suo caso tramite i telegiornali, quasi distrattamente, ma avevo compreso il grande coraggio di quella madre. A lei devo tutto, e anche a questa città. Voi per noi siete un esempio importante. A Roma in tribunale mi fanno aspettare fuori dalle porte chiuse”.
Dello stesso tenore la testimonianza di Domenica Ferrulli, figlia di Michele, deceduto a Milano nel 2011: “i processi li fanno alle persone morte e non a chi ha causato la loro morte. Se non avessi avuto davanti le battaglie di Patrizia e di Ilaria probabilmente sarei rimasta paralizzata da quanto successo”.
È stato il moderatore dell’incontro, il giornalista Rai Filippo Vendemmiati, a tirare le fila e ritornare sull’annosa questione del reato di tortura, ancora non introdotto in Italia nonostante le pressioni dell’Onu. Della questione la senatrice Teresa Bertuzzi ha voluto ribadire il carattere di urgenza: “la tensione emotiva è cambiata: a Ferrara Federico è diventato amico di tutti, prima o dopo. Non si può temporeggiare, bisogna portare a termine questo percorso”.
A chiudere la serata il commento di Patrizia Moretti sui possibili scenari che si apriranno, ora che la vicenda giudiziaria si è conclusa con la condanna dei quattro poliziotti: “queste persone sono ancora nei loro uffici oggi, ma a nessun cittadino comune potrebbe succedere una cosa simile, nessuno avrebbe strade altrettanto spianate, altrettanti privilegi garantiti. Io resto in attesa di vedere l’azione delle mele buone. Il capo della polizia Antonio Manganelli e il ministro dell’interno Annamaria Cancellieri vogliono incontrarmi per parlare: bene. Spero però che alle parole seguano dei fatti, perché fin’adesso ci sono state solo promesse”.
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